«A VENT’ANNI SI È STUPIDI DAVVERO, QUANTE BALLE SI HA IN TESTA A QUELL’ETÀ!!!»

Quando dalla piccola Valcamonica decidi di andare negli USA per inseguire una ragazza, puoi essere abbastanza certo che Guccini abbia ragione quando canta le fatidiche parole della canzone “Eskimo”. Pure questo compleanno passa leggermente in sordina, poiché pare che da un po’ di anni le mie recidive abbiano uno strano conflitto di interessi con la data che mi ha visto nascere. Quell’agognato diciottesimo compleanno, che oggi grazie a fb ci mostra la vita sessuale di tanti ragazzi, culmine del raggiungimento della “maturità”, lo passai nel letto malato, e malato festeggio anche l’uscita dagli speculatissimi commercialmente teen, anche se con la dignità di chi è abbastanza ingenuo da pensare di poter vivere nonostante la salute. Se dovessi pensare alla prima volta in cui ho immaginato come sarei stato a 20 anni, saprei per certo che attualmente sono quanto di più diverso l’immaginazione potesse portarmi ad essere. Ma nemmeno come mi immagino ora coincide con quanto io sia attualmente. Catapultato in uno spazio casuale in un tempo casuale, mi trovo a vivere situazioni assolutamente casuali, come un punto in un universo a infinite dimensioni, che cambiando posizione istante per istante, si trova a poggiare su spazi totalmente diversi. La mia sola illusione è quella di essere un fottuto disilluso. Cerco gesti eclatanti, non sapendo gestire piccole situazioni, e amo la piccola situazione come Tonio Kröger sa ricordare benissimo. Ho il gusto del Romantico per la tempesta di Turner, per il sublime più violento, ma anelo alla nebbia di Caspar, e vedo solo i girasoli di Van Gogh innanzi agli occhi. Penso al passato che non ho ed al futuro che non faccio, sconcertato, un po’ disinteressato e soprattutto diffidente verso un presente che non so e non riesco a cogliere. Mi consolo nella mia sconsolatezza, gaudendo della mia perfettibilità di fronte all’incomprensione. Sono un drogato di emozioni, le emozioni sono il mio oppio, oppio che ha bisogno di dosi sempre maggiori per stordirmi di più e più a lungo. Eroina emotiva che spesso trovo di pessima qualità e provo a fabbricarmi da solo, con risultati sconcertanti, deludenti e soprattutto non salutari. Avverto il peso del tempo che corre, scorre dalla clessidra granello dopo granello, come un sacco che si svuota piano piano dimenticandomi lì in mezzo, fino alla paura di trovarmi col solo sacco (vuoto) in mano. Tutte le vite che non ho vissuto e quelle che non saprò vivere mi tormentano, Erinni strazianti. Amici muoiono, giovani muoiono, e io vivo sentendo anche la responsabilità della loro non-vita. Rimane solo la fiducia del forse, il beneficium del dubbio, ventilata brezza che segue alla bonaccia dopo la tempesta più cruda contro la mia zattera. O qualche piccola pausa tra un momento di vita e l’altro, quando si può fare metateatro della propria vita, o “metavita”.

«Perché a vent’anni è tutto ancora intero
perchè a vent’anni è tutto “chi lo sa”.
A vent’anni si è stupidi davvero
quante balle si ha in testa a quell’età!»

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L’Ultimo treno da King’s Cross…

Non bisogna chiedere scusa a nessuno per ciò che si pensa. Si può chiedere scusa per come ci si esprime, per quando ci si esprime, ma non per ciò che si pensa. E sento il bisogno di ribadire la mia libertà di scrivere innanzi al mondo “colto”, che (de)ride gli ingenui sentimenti («Ride chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura», Guccini, “Canzone delle osterie di fuori porta”), in quanto troppo poco cinici, troppo poco intellettuali, troppo poco “da persone superiori a queste cose”.

Stasera ho visto al cinema l’ultimo, attesissimo, film di Harry Potter. Nonostante il pietoso Daniel Radcliffe, con la faccia dell’altezzoso da quando bacia la sua ragazza a quando sconfigge chi gli ha ammazzato i genitori, il film a me è piaciuto. Una volta mi si son bagnati gli occhi, e tre volte mi è esploso il cuore in una generica pelle d’oca. Quando a scuola viene accolto in festa dai vecchi compagni, io ero fra quei compagni a festeggiarne il ritorno. In un’aria vagamente 68ina di okkupazione contro le squadracce, il pugno sinistro con la bacchetta era alzato. Alla confessione di Piton, io ero Piton tradito e traditore, squallida figura che ha posto la fiducia nella persona sbagliata, e splendida figura salvato dalla forza dell’Amore. Ma forse non è solo (né tanto) il film a essermi piaciuto. La mente razionale, magari anche economica, tenderebbe a “banalizzare” e giustificare la cosa, dicendo che comunque questa è la fine di un cult generazionale che ha coinvolto circa 10 anni del Nuovo Millennio. Ma non è solo questo. Alla fine già qualche anno fa ero 16enne, e di certo il romanzo per bambini non mi condizionava la vita, e così nemmeno questo o quel film. Ma in realtà c’è qualcosa di più intimo sotto, che nessuna mente possa banalizzare o giustificare. La realtà è che Harry Potter è stato un mio grandissimo amico di infanzia. Avevo quasi la “sua” età quando lessi che frequentava il suo primo anno, e così avevo la “sua” età quando finiva la sua avventura. Avevo circa 8 anni quando giocava a Quidditch, come ne avevo 16 quando mi innamorai di Ermione. È stata una storia nata per bambini e terminata per tutti. Una storia che è retta su storie più profonde della banale fabula del maghetto buono contro il cattivo. L’intreccio della sorella di Silente, la storia (veramente favolosa…) d’amore di Piton, descrivono sentimenti e situazioni assolutamente commoventi, reali, verosimili, e per questo ancora più belle. Nel «SEMPRE» pronunciato alla fine dalle lacrime di Piton, c’è tutto il dolce potere delle conseguenze dell’amore, dove esplode la vera MAGIA di tutti i romanzi; un SEMPRE che è scolpito nel cuore di ognuno di noi per un sorriso, un profumo, o per un paio di occhi blu intensi. Stasera non è finita solo la più grande saga di merchandising dell’ultimo secolo, è finita un’altra piccola parte della mia vita. In quella stazione di King’s Cross che per l’ultima volta lascia partire un treno per Hogwarts, non partono solo i figli di Harry verso la loro crescita. Parte anche un piccolo bambino, andato ad Hogwarts per la prima volta a 8 anni, e poi scopertosi improvvisamente cresciuto, improvvisamente grande. Un bambino che fa ciao dal finestrino del treno, da cui non potrò mai separarmi, ma che mi ricorda che ogni storia, anche una parte della nostra, prima o poi deve finire. Un bambino che mi mancherà, SEMPRE, come Piton testimonia, ma che anch’esso ha preso il suo treno al binario 9 e 3/4 verso una scuola di VERA magia, da cui non tornerà.Grazie, Harry.

“…e a te, se sei rimasto con Harry fin proprio alla fine.”

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“Ritornare a sud, per seguire il mio destino, la prossima tappa del mio cammino” (Umbria 2011)

Ci voleva. Era un appuntamento di due anni fa, che per salute, pigrizia, impegni non ero riuscito a mantenere. Salute, pigrizia e impegni: quelle tre cose che non riescono mai a farmi mantenere alcun tipo di appuntamento, sia esso in un posto o dentro in me, sia esso con gli altri o con me stesso. Non riporterò qui ciò che ho puntualmente segnato sul mio diario. Quello è più una guida “istante per istante” di ciò che ho provato e vissuto; qui è più un pistolotto di un sermone che non pretende di avere un insegnamento morale. Diciamo più un bilancio finale che sento il bisogno di fare. Due anni fa lasciai delle persone molto in gamba, quest’anno ho ritrovato delle persone fantastiche. Per uno che studia finanza questo ha un ché di ironico: lasciare qualcosa, qualcuno da parte, e ritrovarlo molto tempo dopo due volte più prezioso. E anche nel ritrovamento c’è un qualcosa di ironico: sono (mi permetto di dire “siamo”) tutte persone “di mondo”, anime in viaggio, conosciutisi all’estero e tenutisi in contatto senza mai vedersi, e ritrovarsi a casa, in quella che per loro è una casa e per me è un viaggio. Come se, fra mille vite, mille tempi, mille spazi e mille luoghi, per un secondo tutto fosse coinciso perfettamente e li avessi trovati esattamente dove andavano trovati. E la casa è l’Umbria: regione, come la mia Lombardia, ad essere una delle uniche non affacciate sul mare, in un Paese che il mare lo tocca ovunque. Regione protetta, come un tesoro in uno scrigno, un tesoro di cultura, di verde e di natura, polmone verde di un Paese i cui antenati coltivavano la terra fra le Georgiche e le Bucoliche, e che ora cerca di essere un paese ‘moderno’, fra un caffè a Napoli e una Fiat a Torino. Un viaggio di 5 ore all’andata e 12 al ritorno, perché al ritorno si è sempre più arricchiti, più appesantiti che alla partenza. Un viaggio fino al centro, alle viscere dell’Italia per cercare una volta in più di arrivare al centro di sé, con quella mia sana abilità di cercare me stesso “fuori da me stesso”, nell’altro, nell’altrove. E nelle gotiche chiese che danno al cielo, nelle romaniche rocche che si autoconfirmano (non son riuscito a trovare un corrispondente italiano che renda appieno quanto questa parola significhi in Latino), c’è un mondo conservato nella pietra ma illuminato dall’alto, cui anela più negli animi dei suoi abitanti che nelle sante messe pagate in oro del mercato spirituale di Assisi. Avevo lasciato delle persone, ho ritrovato degli amici. Amici nell’ospitalità, nella disponibilità, e soprattutto nel voler CON-DIVIDERE la propria vita, la propria intimità dei paesi o delle città. Amici che non hanno fatto da guide scolastiche, ma da abitanti che sanno dove mangiare il gelato migliore, e come raggiungere questa o quella via vedendo le più belle meraviglie. E che condividono tutta questa loro vita con te. Che scelgono di vivere con te le loro esperienze, conoscenze, sensazioni e i loro luoghi, più o meno intimi. Tutto sommato, non riesco a dire che il viaggio sia finito.

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Quando nei film c’è il cambioscena che risolve la situazione

Ci pensavo stasera, in preda a uno dei soliti, sempre più frequenti e duratori attacchi di pseudo-depressione. Avete presente? Quando per esempio fan vedere lui che sconsolato piange, poi inquadrano le stelle, poi piano piano compare la scena in cui lui è sulla barca e sta viaggiando incontro alle onde dell’oceano. Eh sì, perché nei film mica ti fanno vedere come fa a riprendersi dalla disperazione e come fa ad arrivare a partire, magari ancora sconsolato ma quanto meno non afflitto. Anche nelle scene più cariche di pathos, magari un suicidio, è più probabile che inquadrino qualcosa mentre senti il rumore, piuttosto che ti facciano vedere lui che decide coscientemente di premere il grilletto. È troppo facile così. Voglio anche io un cambio scena che mi risolva la situazione, non voglio riempirli io i miei buchi di questo splatter film che è la mia vita.

Ma i buchi non li so riempire, se non con della birra, con qualche frase usata in mondovisione, con il solito lento e noioso sopravvivere a se stessi, e altri escamotage da tragedia euripidea, dove anche gli eroi sono poveri e si chiedono troppi perché. Con qualche libro, qualche lettura. Non ho paura del tempo che non passa; non ho paura di ciò che il tempo mi riserva. Ho paura di ciò che nel tempo non riuscirò o non vorrò fare, con l’ovvia conseguenza di ciò che non farò nel tempo.

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Il nuovo Inetto

I più grandi fratelli fra gli uomini, quelli d’inizio Novecento: Joyce per primo, Musil e Svevo e gli altri a seguire, ci presentarono un nuovo tipo di eroe. L’uomo più umano di tutti, “umano, troppo umano”, eppure molto più mitico di ogni superuomo dannunziano, e quindi egli stesso vera interpretazione di quell’übermensch con cui Nietzsche ci promise la soluzione alla metafisica, cadendo egli stesso nel tranello del rinvio di una vera risposta alla metafisica. Un uomo così infimo, inetto, microscopico da potersi permettere di arrivare ovunque, di passare in quegli spazi più angusti che portano alla conoscenza della verità umana. Un uomo così piccolo nel sistema, da non sentirsi parte di quel sistema, e poterlo vedere con occhi distaccati. Un uomo oltre il sistema, ed essendo il sistema un sistema umano, un oltreuomo, appunto, un übermensch. Questo inetto vedeva il mondo nel suo insieme, nell’unione delle sue parti, secondo quella filosofia che tanto piacque a Schopenhauer, maestro del Maestro del sospetto. Poteva vivere al di là del bene e del male, forte della sua debolezza, sicuro dell’incertezza umana, rigido nella malleabilità con cui la storia costringe gli uomini. Due guerre mondiali insegnarono la fine di ogni mondo possibile ed immaginabile. Ricordarono che l’alternativa al bene assoluto non è l’assenza di bene, ma il male più schietto, più diretto. Ed allora l’inetto si evolse, capì che anche la guerra era un aspetto “umano, troppo umano”, per poter esser messa da parte. E si diede da fare per creare una società senza più guerre, creò istituzioni che muovessero guerra alla guerra, fino al giorno d’oggi, dove l’accettazione di tutto porta non alla vita, ma ad un lento marciume quotidiano. Ed allora il nuovo inetto vorrebbe scappare dal marcio, per cercare la vera vita. Ma è troppo inetto anche per scappare. Non resta per coraggio, resta per incapacità ad agire. Resta, cerca di non marcire pur di salvarsi, e pur di salvarsi cerca risposte. Ma forse, FORSE, forse sa che per una grande carcassa che marcisce, nuove forme di vita nascon dalla sua putrefazione. E forse, il nuovo inetto, dovrà rendersi conto che deve cibarsi di quella carne morta per poter vivere. Il suo compito sarà stare attento a non cadere nell’errore di riCREARE un nuovo mondo, ma di vivere tutti i mondi possibili, cioè quello presente.

 

 

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Pensiero sul presente che conosco poco e sul futuro che conosco meno

Tutta la vita umana non vale nulla rispetto a quella del mondo, come quella del mondo rispetto a quella dell’universo. È ciò che tutti i pessimisti (perchè la frase non è pessimista, ma chi la dice spera sempre di generare del pessimismo nell’ascoltatore) della storia del pensiero umano hanno sempre detto. Eppure, basta poco per capirlo, che è così. La vita umana ha lo stesso senso per l’universo di quanto l’Arte possa averlo per la vita umana. Anzi, molto meno. perchè l’Arte è Techne, è Praxis, è un pensiero, un concetto che si concretizza per mezzo dell’uomo e che perciò permette all’uomo di concretizzarsi. L’universo non ha bisogno dell’uomo per concretizzarsi. Eppure nella mia ingenuità adolescenziale, età che tutti dicono essere caratterizzata dagli assolutismi, mi arrogo il diritto di essere giudice assoluto di ciò che vedo e ciò che penso. Non c’è un istante di una vita che valga poco per un uomo (il suo primo bacio, la sua prima volta in macchina, il giorno della patente, il suo primo esame universitario), eppure non c’è vita umana che valga qualcosa per un altro uomo. Figurarsi per chi non è uomo. Anche i rapporti affettivi, anche i vincoli famigliari. Perchè io posso condividere le emozioni di uno dei miei fratelli, ma la sua vita non è la mia.E pensavo, anzi, ipotizzavo, come potrebbe essere la propria percezione di vita. L’ipotesi di premessa potrebbe essere che il “vivere per la morte” heideggeriano sia vero.Fino a quando non si ha un figlio, si vive “per gli altri”. Si vive per sè stessi (crescita spirituale, studio, principi di lavoro), ma sempre in funzione di poter trovare un posto nel mondo, di trovare un posto “fra gli altri”, e non si vive pienamente la vita. Poi nasce un figlio, che risponde al bisogno di “cercare il proprio scopo”. Si dà qualcosa al mondo, e la cosa più importante: una vita, la vita. Il nostro scopo ora non è più un’indagine su noi stessi, ma sul figlio, che è chi “vive una seconda volta” al posto nostro. Ecco perchè non si può non volere il suo bene, perchè quello è “un altro noi”. E così riviviamo la nostra vita nella sua, ma senza problemi, perchè noi viviamo del suo guadagno (che potrebbe essere l’autosoddisfazione), ma non dobbiamo pagare le sue pene (che potrebbe essere il suo sconforto, il suo BISOGNO di ricerca). Poi capita l’inaspettato: il figlio ha un figlio. Quindi anche lui “smette di vivere per se stesso”.  Poichè non si può “vivere una seconda vita” su chi ha appena smesso di vivere, per la prima volta si avverte la “morte”, ed inizia la “vita per la morte”. Si vive una “morte altrui”, mentre non avevamo avuto il coraggio di vivere “la nostra morte”. Ma ora, vivendo la morte altrui, viviamo la nostra morte. E allora inizia la vera vita. Non si vive più per dimostrare qualcosa al mondo, per trovare un posto, per dimostrare qualcosa a noi stessi. Si “prende coraggio”, o semplicemente non ci si è più in grado di illudere. Si vive per la morte, che già proietta la sua consolante ombra. Si inizia a vivere davvero. Si vive liberi.  Si vive.

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Testo che non sa da dove nasce e dove finirà

Se il lettore ha letto il titolo, ha appena letto tutto ciò che c’è da sapere su questo intervento. Perché non c’è un motivo reale (o almeno, non uno solo, non uno definibile e perfettamente inquadrabile) per il quale sto scrivendo. Stasera sono stato bene. Stasera, nella gelida ed affollata Milano, mi sono sentito a casa, e non ero nemmeno a casa mia. Basta poco, un po’ di amicizia, un po’ di alcool, qualche risata, qualche discorso serio per sentirsi più grandi. Persone conosciute da poco, che forse proprio per questo hanno ancora di più da dare. Grazie, davvero. Poi, finiti i giochi, prendi quel bus che prendi tutti i giorni, da solo 30 giorni, ma che praticamente prendi da sempre. Rivedi la povertà, ancora una volta. Ma ormai anche a quella ti sei tristemente abituato. Non abbastanza da non provare schifo per ogni cosa che possa generarla (a cominciare dalla ricchezza), ma abbastanza da non esserne più spaventato e inorridito; solo rattristato. E scendere, vedere le stelle dei lampioni, ripercorrere la solita via verso casa, verso quel grande doppio palazzo che ti aspetta per qualche isolato, come in un quartiere newyorkese di qualche film. E dondolarsi fra pensieri, paure d’oggi e utopie di ieri, desideri non ancora sfumati ed altri ancora appena accesi. Desideri che si vorrebbe non fossero solo che desideri. Gli esami si avvicinano, e quasi non me ne accorgo, quasi non sono i miei esami. Sento molto più mia quella discussione aspettando la 90, sento molto più mia quell’impressione sbagliata, quella storia sbagliata. Ma a nulla ci si può appellare quando il tempo vola e l’animo grida. E così, stanchissimo, ma non assonnato, si va a letto, nella speranza che la grande consolatrice possa ancora una volta conciliare la confusione che è in testa…

P.S.: non ha l’intento di fare la fine degli “interventi alla Pingu” =)

 

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